La canna nei serbatoi delle nostre auto ? Si con il bioetanolo

Non è una scoperta recente e nemmeno una novità, in Brasile usano la canna da zucchero ormai da 30 anni per la produzione di Bioetanolo, ma in Italia la canna da Zucchero non cresce a causa del clima. Numerosi investimenti sono stati fatti al fine di trovare una soluzione, e a Rivalta Scrivia, in provincia di Alessandria, utilizzando anche le possibilità offerte dal Parco scientifico tecnologico e dall’onlus EnergEtica, il distretto agro energetico del Nord Ovest, è sorto il laboratorio dove è nato il bioetanolo avanzato di seconda generazione, quello appunto derivato dalla canna comune, che invece si può coltivare anche in Italia.

 

Era necessario trovare una pianta che avesse determinate caratteristiche, ovvero che non fosse per motivi etici commestibile per uomini e animali, che avesse scarso bisogno di acqua e di concimi, che  fosse disponibile tutto l’anno, che crescesse su terreni marginali poveri e non utilizzati dalle coltivazioni intensive e che fosse autoctona, ampiamente diffusa, disponibile e con un’alta resa. Dopo molti anni di sperimentazioni si è giunti al risultato che la pianta adatta a questo tipo di processo di trasformazione fosse la canna comune, che ha tutte le caratteristiche necessarie e inoltre fornisce 40 tonnellate per ettaro di sostanza secca equivalente e, una volta lavorata, consente di ottenere 10 tonnellate per ettaro di bioetanolo, addirittura di più di quanto si ricava dalla canna da zucchero in Brasile.

 

La Canna comune o canna domestica è una pianta erbacea perenne e dal fusto lungo, cavo e robusto, che cresce in acque dolci o moderatamente salmastre. La sua area di origine si estende dal bacino del Mediterraneo al Medio Oriente fino all’India, ma attualmente la canna si può trovare sia piantata che naturalizzata nelle regioni temperate e subtropicali di entrambi gli emisferi. Forma dense macchie in terreni umidi di ambiente ripariale, lungo gli argini di fiumi e stagni ma anche sui marigini di campi coltivati e sulle dune sabbiose (fonte Wikipedia).

 

Il bioetanolo è l’etanolo prodotto mediante un processo di fermentazione delle biomasse, ovvero di prodotti agricoli ricchi di zucchero (glucidi) quali i cereali, le colture zuccherine, gli amidacei e le vinacce. In campo energetico il bioetanolo può essere utilizzato come componente per benzine o per la preparazione dell’ETBE (etere etilbutilico), un derivato ad alto numero di ottano. Può essere utilizzato nelle benzine in percentuali fino al 40% (50% di E85) senza modificare il motore, o anche puro nel Motore Flex. Inoltre è possibile utilizzare il bioetanolo come combustibile all’interno di biocamini, sfruttandone il potere calorico per scaldare gli ambienti. Il processo di produzione del bioetanolo genera, a seconda della materia prima agricola utilizzata, diversi sottoprodotti con valenza economica, destinabili a seconda dei casi alla mangimistica, alla cogenerazione, ecc. (fonte wikipedia).

 

La produzione del bioetanolo è abbastanza semplice. Dopo lo sminuzzamento, la massa vegetale viene «cotta» e fatta fermentare, più o meno come la birra. Se ne ricava un liquido con un certo contenuto di etanolo che, attraverso altri passaggi arriva a un contenuto di alcol etilico fino al 99%. Come sottoprodotto rimane la lignina, che ha un potere calorifico superiore al legno e viene bruciata per alimentare il processo industriale. Ciò che resta sono acque reflue contenenti carbonio dalle quali si può ricavare ancora metano e biogas e chiudere il ciclo industriale «bio» fino in fondo (fonte).

 

Il bioetanolo è conveniente se il prezzo del petrolio non scende sotto i 60-70 dollari al barile. Ma crediamo che siano altri gli aspetti da considerare. Una corretta programmazione ed incentivazione di questo tipo di coltivazioni porterebbe moltissimi posti di lavoro. Si potrebbero  utilizzare zone altrimenti non sfruttate come argini di fiumi o zone incolte, si utilizzerebbe un prodotto altrimenti senza alcuna utilità, e si produrrebbe un combustibile pulito con costi più bassi dei combustibili fossili. Ovvio che tutto questo va tradotto in una soluzione pratica e attuabile anche dal punto di vista tecnico, ovvero con adeguamenti e ricerca nel campo dei motori.

 

Ma ci sembra in ogni caso che si potrebbe davvero avviare un processo di trasformazione che porterebbe nuove possibilità di ricerca, di lavoro e di sviluppo, dalla coltivazione alla lavorazione della canna comune, la trasformazione e la ricerca per l’ottimizzazione dei processi produttivi, la ricerca in campo motoristico, la distribuzione del prodotto. E se anche costasse come il petrolio, noi faremmo molto più volentieri il pieno alla nostra auto con bioetanolo prodotto in Italia che con benzina prodotta dalle multinazionali del petrolio.

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